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Archivio newsLe nuove politiche doganali di Trump impensieriscono l’Europa. Una soluzione c’è
La politica di Trump sull’imposizione di dazi all’ingresso a tutte le merci prodotte al di fuori dei confini statunitensi si è indirizzata non solo verso l’Europa, ma anche verso due paesi confinanti, Canada e Groenlandia. Paesi in cui sussistono intensi rapporti culturali e commerciali con l’Europa: la Groenlandia è un territorio autonomo del regno di Danimarca; il Canada ha sottoscritto un importante trattato commerciale, con impatti sulla libertà di movimento reciproco dei cittadini quando si tratti di offerte di lavoro. Ma il trattato è ancora in attesa di essere ratificato da una lunga serie di Stati europei (anche dall’Italia). Allora, l’Europa non deve perdere questa opportunità. Per le imprese e per i lavoratori italiani c’è il pericolo che venga a mancare anche il mercato canadese!
Le profonde modifiche impresse dalla Presidenza Trump alle politiche commerciali degli USA (oltre che nel settore della difesa e delle relazioni internazionali) sembrano imporre a tutti i Paesi europei (e fra questi anche all’Italia) di ripensare il proprio posizionamento nell’ambito del commercio mondiale, in una prospettiva attenta alla costituzione di rapporti capaci di dare sbocco duraturo alle produzioni italiane, prima assorbite dal mercato americano. Si tratta di un compito impegnativo che richiede decisioni in tempi rapidi, se non si vuole che l’industria italiana abbia a soffrire di un profondo rallentamento nelle produzioni che si indirizzano verso l’estero (in particolare quella alimentare e tutto il comparto della moda, del design e dell’arredamento).
Si deve ricordare a riguardo che, secondo i dati ISTAT più recenti, con oltre 67 miliardi di euro, gli Stati Uniti sono il secondo paese per l’export italiano, dietro solo alla Germania.
In questo senso, l’imposizione di dazi all’ingresso a tutte le merci prodotte al di fuori dei confini statunitensi se, a prima vista, può avvantaggiare lo sconfinato mercato interno americano, al contempo sembra spingere i tradizionali partner commerciali degli USA, tutti colpiti dalle nuove politiche doganali di Trump, verso la creazione di più solidi rapporti, venendo così a trovare nuove forme di approvvigionamento di materie prime e nuovi mercati con cui commerciare.
Ed, infatti, la politica di Trump si è indirizzata non solo verso l’Europa, ma anche verso i due paesi americani confinanti, con toni mai sentiti prima e che stupiscono per l’esibizione di una inclinazione all’occupazione di tutto il Nord-America, non solo ai fini difensivi, ma anche nella prospettiva di mettere le mani sui preziosi giacimenti di materie prime conservate nei territori artici del Canada e della Groenlandia.
Sennonché la vicinanza geografica ai confini statunitensi trova un bilanciamento nella circostanza che, in entrambi i casi, sussistono intensi rapporti culturali e commerciali con l’Europa. Ed invero, non solo la Groenlandia (come è ben noto) costituisce un territorio autonomo del regno di Danimarca, ma non si deve dimenticare che, oramai più di otto anni fa, nell’ottobre dal 2016, è stato sottoscritto un importante trattato commerciale con il Canada, che sostanzialmente viene ad includere questo Stato nell’Unione europea (portando con sé non solo la sua popolazione bilingue di circa 30 milioni di abitanti, ma anche la possibilità di commerciare con le sue imprese produttrici di energia e di materie prime). Il trattato CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) disciplina in ben trenta capitoli una materia vastissima, che attiene ai beni da scambiare e ai servizi da fornire oltre confine, alla possibilità di investimenti diretti o alla partecipazione alle gare di appalto pubbliche, alla tutela dell’ambiente e della sostenibilità. Misure speciali sono dedicate, ad esempio, alla sicurezza alimentare e alla salute degli animali e delle piante (capitolo 5), ai servizi di trasporto aereo o marittimo (capitoli 13 e 14), alle telecomunicazioni (capitolo 15), al commercio elettronico (capitolo 16), agli appalti pubblici (capitolo 19), alle politiche di concorrenza (capitoli 2, 3 e 4). Il Trattato prospetta l’armonizzazione della legislazione e financo la creazione di una Corte di Giustizia euro-canadese, chiamata a pronunziarsi nel caso di conflitti che dovessero insorgere anche fra imprese private, europee ed americane.
Una parte importante del CETA è dedicata alla libertà di movimento dei cittadini europei verso il Nord America e viceversa, di modo che i canadesi devono essere trattati da ora in poi come cittadini dell’Unione (e lo stesso vale per tutti gli europei), quando si tratti di migrare per accettare offerte di lavoro e ordini di beni o servizi. Il trattato, anzi, differenzia per la prima volta tutti i lavoratori che chiedono di spostarsi dall’Europa al Nord-America canadese (o in senso inverso) in distinte categorie, consentendo il soggiorno di durata quasi illimitata per i migrati a più alta qualificazione professionale. In questo senso si fa luogo al riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali per consentire ai professionisti di esercitare la propria professione su entrambe le sponde dell'Atlantico (e sembrerebbe che i primi a beneficiarne saranno gli architetti).
Le opportunità possono essere interessanti per tutti gli Stati interessati all’accordo, se è vero che il trattato, che è provvisoriamente in vigore dal 2017 in molte sue parti, ha già generato un notevole incremento degli scambi, senza peraltro produrre gli effetti negativi, temuti soprattutto dai coltivatori italiani, di una confusione circa la provenienza dei prodotti alimentari di alta gamma o del diffondersi di produzioni agricole ottenuto grazie all’utilizzo di sostanze vietate dalle norme europee.
Da questo punto di vista il Canada, che è stato il primo paese a dover registrare il “nuovo corso” americano, tanto che il Premier Trudeau si è dimesso dopo più di dieci anni di governo, nel rispondere “a muso duro” ai dazi americani sembrerebbe interessato ad un integrale applicazione del CETA, se non fosse che questo è ancora in attesa di essere ratificato da una lunga serie di Stati europei (non solo dal Belgio, Bulgaria, Irlanda, Grecia, Ungheria, Slovenia e Polonia, ma anche da Francia ed Italia).
Le ragioni del ritardo sono le stesse che hanno indotto Trump, già al momento della sua prima elezione, a bloccare le trattative per un analogo accordo commerciale di libero scambio con gli USA (il c.d. TTIP), e che hanno fatto sì che la piccola Repubblica di Cipro si pronunziasse addirittura contro la ratifica, temendo (e la cosa può far sorridere!) che il trattato potesse mettere in pericolo la produzione di un formaggio locale a base di latte di pecora e capra.
Le mutate condizioni geo-politiche e la prossima chiusura dei mercati statunitensi alle merci europee, però, dovrebbero indurre tutti gli Stati, e non solo l’Italia, a mettere da parte i timori e a rivedere in fretta le loro posizioni con riguardo a questa opportunità, prima che abbia a prevalere la storica vicinanza del Canada agli USA, perché a tutt’evidenza per le imprese e per i lavoratori italiani c’è il pericolo che venga a perdersi anche il mercato canadese (e la possibilità di avere accesso alle materie prime che si estraggono nelle sue sconfinate regioni).
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